Ho corso, corro – Aspettando Treviso

Parco di Monza, domenica 9 marzo 2008.

La sveglia si mette a suonare alle 7.30 e quasi mi viene un coccolone. Da quanto tempo non me la prendevo così comoda la domenica mattina? E chi se lo ricorda, ma so bene, come metto i piedi giù dal letto, quello che mi attende. È un allenamento che non vedo l’ora di fare, che mi incute davvero paura. La distanza è impegnativa, trenta chilometri non sono uno scherzo, ma sono consapevole che le gambe e il fiato ci sono. Sarà una corsa speciale e una bella sfida, io contro la mia testa. La forza di volontà che so di avere contro le “sirene tentatrici”, quelle malefiche e perfide vocine mentali che insistono per farmi desistere quando la fatica logora i muscoli, che mi hanno sinceramente stancato.

Avevo previsto tutto fin nei minimi particolari: le scarpe che userò in maratona, comperate da poco, comode e già testate in un diecimila, calze nuove e pantaloncini da gara. Sabato pomeriggio avevo inserito nel MP3 parecchie new entry, che con gli intoccabili Pink Floyd, Queen, Eagles e Red Hot, sarebbero state la colonna sonora delle mie quasi tre ore di corsa.

Niente macchina. Una breve passeggiata, attraverso la ferrovia e sono dentro la mia seconda casa, il Parco di Monza. Secondo voi è possibile che, in un posto che frequento da quasi trent’anni, non capiterà d’incontrare qualcuno che conosco? Sono ancora sul Ponte delle Catene che armeggio con il cronometro, che sento un possente: «Massimoooooo.»

È Stefano, il boss di Gianluca, che passa di corsa salutandomi con la mano. «Che ci fai qui?» gli dico. «Ci sto provando», mi risponde. «Adesso ci proverò anche io» e, dopo qualche secondo di concentrazione, parte il crono insieme ai primi passi e la prima canzone che, dagli auricolari, detta il ritmo.

Ho le idee molto chiare su quello che ho intenzione di fare: ritmo maratona a 5’30”, parola d’ordine non sgarrare. Avevo chiesto a un bel po’ d’amici se volevano venire a farmi compagnia: a piedi, in bicicletta, sui roller, armati di randello nel caso sforassi il tempo. Per il randello erano tutti disponibili (‘ste carogne) ma alla fine, tra gare e problemi di salute, nessuno aderisce all’invito.

Mi attendono tre ripetizioni del mitico “Giro Panetta”, un diecimila che potrei anche correre a occhi chiusi, che so già che non mi stancherà perché la magia del Parco è come una droga, quando l’hai provata ti crea dipendenza. Ad avercene tante di droghe così.

Come metto piede sul Viale Cavriga mi passa vicino il gotha podistico dei Gamber. Mi salutano, mi chiamano per nome, s’informano su cosa sto facendo, mi fanno gli auguri per Treviso e mi scaldano il cuore. A loro non starei dietro neanche quando fanno il defaticante eppure, pur essendo un Gamber da poco tempo, mi fanno sentire accettato e benvoluto, uno di loro. Vederli correre via così leggeri, è una gioia. Incrocio più avanti nuovamente Stefano e, senza strafare, mi accingo a completare il primo giro, non prima di avere incrociato la mitica Giovanna. È una ragazza che incontro spesso al Parco (chissà quale sarà il suo vero nome) e che ha una particolarità: corre sempre alla stessa maniera. Sguardo fisso per terra, mai una volta che abbia alzato gli occhi, un’autentica sfinge. Con Antonio e Gianluca ci siamo ripromessi che arriverà il giorno nel quale ci piazzeremo davanti, le urleremo ciao per vedere se anche quella volta non alzerà la testa. Fine del primo giro, 54 minuti, leggerissimo anticipo, ma è colpa di “Starting Over” dei Saliva che parte proprio durante l’ultimo chilometro. Capisco che la tensione che avevo dentro finalmente si sta allentando, sto rispettando la tabella e sono più sereno. Sul Viale Mirabello vedo venirmi incontro una magliettina arancione, è ancora lontana ma quella sagoma la conosco. Guarda chi si vede, Danilo il “Panda”, col cavolo che la domenica mattina se ne sta a letto a sognare i campionati di categoria che si disputeranno a Bressanone, sta tirando come un matto facendo una ripetuta. Lo apostrofo con un cordialissimo vaffa, ci diamo un cinque volante e lui continua a correre dietro ai sogni da quattrocentista, io a tenere duro per i miei da maratoneta. Dopo un paio di chilometri incrocio Alberto, il Presidente dei Gamber, che sta correndo in dolce compagnia. Scatta un altro cinque al volo. Finisce il secondo giro, questa volta il vaffa lo riservo per me stesso perché sono in anticipo di quattro minuti. «Troppi Max, più piano» mi dico.

Ce la farò a rispettare i buoni propositi? Sì certo, come no, fino all’ingresso di Porta Monza, dove Alberto mi affianca. Sta tornando a casa e mi tiene compagnia, partono le chiacchiere e chi lo guarda più il crono. Corro e parlo e mi accorgo che il ritmo non è quello lento che volevo fare, ma tant’è. Stiamo insieme per quattro chilometri poi ci salutiamo, devo affrontare l’ultimo tratto del mio allenamento. Non sono un fenomeno e neanche bugiardo, la fatica comincia a farsi sentire, eccome, ma è normale ed è giusto che sia così. È stupenda la consapevolezza che nemmeno per un attimo mi sono risuonate nella testa le vocine, è la schiacciante vittoria contro me stesso che tanto aspettavo.

Poco prima del Ponte delle Catene, poco prima degli ultimi quattrocento metri il destino, o più banalmente la funzione shuffle del MP3, fa partire “Vivere” di Andrea Bocelli. Comincio a non capire più niente e la soddisfazione si mescola all’emozione. Come si può rimanere indifferenti quando al termine di un allenamento duro, di una vittoriosa battaglia contro il tuo passato senti cantare: «Vivere, nessuno ce l’ha insegnato, vivere, non si può vivere senza passato, vivere è bello anche se non l’hai chiesto mai.»

Non importa che quei quattro minuti di vantaggio siano rimasti tali fino alla fine, contava farlo bene, contava… vivere.

Il Fosso Bianco come lo ha letto…

Gianni Gardon, autore de “Verrà il tempo per noi“.

http://giannivillegas.wordpress.com/2012/02/18/il-fosso-bianco-di-massimo-bertarelli/

Grazie Gianni.

Il Fosso Bianco come lo ha letto…

Chiara Di Felice, servizio gratuito di lettura incrociata dal sito “Il rifugio degli esordienti” – recensione ricevuta in data 12/7/2011.

La lettura non risulta complessa a livello macroscopico, l’intreccio e il registro la rendono molto scorrevole e complessivamente piacevole da seguire. Interessante, seppur di dubbia interpretazione, il parallelo tra le due trame, meno apprezzabile invece lo stile.

Le due storie procedono quasi parallelamente, spartendosi i capitoli come antecedente e conseguente di una sorta di canone melodico. Entrambe sono valide dal punto di vista della coerenza, con un inizio, uno sviluppo e una conclusione che si interrompe priva di epilogo. I nessi di casualità sono rispettati, non si notano errori nella sequenza temporale dei fatti e gli avvenimenti risultano giustificabili dai fatti precedenti. In questo non ci sono dunque difetti palesi a livello di trama, sebbene le premesse iniziali creino un’attesa che viene man mano scemando, lasciando un senso di incompletezza a lettura ultimata. Sembrerebbe che ci sia stata fretta nel concludere la storia, facendo accadere qualcosa all’improvviso e finendola così, quando invece ai capitoli iniziali si offre molto più respiro, seppur l’impianto è di per sé molto strutturato. Ciò mi fa definire la trama come non proprio avvincente. Le due vicende si riescono a seguire con sufficiente chiarezza, fino all’innesto di una terza trama, quella di Matteo, che inizia e si esaurisce nel giro di poche pagine.

L’Uomo è il protagonista della prima trama (si intendano “primo” e “secondo” in senso meramente cronologico), un nomade ancestrale che a una vita di pastorizia preferisce l’avventura della caccia; è individuo assai ingegnoso nella sua quotidiana lotta per la sopravvivenza, uno spirito elementare ma raffinato nella primitiva brutalità: la sua progressiva evoluzione avviene quasi per caso (la scoperta della pece, l’incisione di un albero stilizzato nella roccia). Egli proviene da una terra di cui non conosciamo il nome, erra per luoghi che non è possibile collocare geograficamente, ma sappiamo che, infine, approda nell’odierna Toscana. Rifiuta le norme del gruppo sociale, dopo aver perso la madre, dopo aver conosciuto il sesso, sceglie di proseguire la sua esistenza isolandosi dal mondo, creando il proprio idolo, una propria ritualità che si concretizza nei sacrifici al sublime rappresentato dalla roccia del fosso bianco.

Il secondo uomo, è l’uomo moderno. Conosce la tecnologia e ha sostituito l’idolatria sacrificale con un nuovo totem, la musica dei Pink Floyd. Non rifiuta la donna, ma ne accetta per la vita una sola, la minuta e adorabile Lisa. È più fragile del primo, di cui ha perduto l’istinto originario, il suo nome è un diminutivo: non è l’istinto ma l’artrosi a condurlo presso il fosso bianco, ma come il primo è estraneo alle norme del gruppo, da cui si sente alienato dopo la scomparsa di Lisa.

Per quanto concerne i personaggi secondari, la prima trama non offre esempi di spessore, si tratta per lo più di apparizioni fugaci e funzionali al procedere narrativo: la tribù che accoglie il ritorno, la madre morta, la donna con cui l’Uomo scopre l’amore carnale, gli individui con cui si scontra presso il fosso bianco. E poi solo bestie e natura.

L’incisività dei personaggi secondari della seconda trama si giustifica primariamente nel fatto che gli stessi posseggono un Nome e/o un Ruolo sociale. Tra le comparse, una posizione di rilievo sembrerebbe occupare il ragazzo del negozio, un personaggio che nella sua intraprendenza, nella sua bravura nel vendere, ricorda a Mino la socialità. Non ci sono personaggi futili al procedere della storia, forse sembra fuori luogo dedicare un intero capitolo al goffo antagonista Matteo, per il semplice fatto che la sua introduzione nuoce all’andamento dicotomico Uomo-Mino che si sussegue ininterrotta nel romanzo.

Il narratore è esterno. La vicenda è ben ambientata, con dovizie di dettagli nella seconda trama, meno nella prima.

Gli avvenimenti sono collocati in un imprecisato punto preistorico o astorico nel primo caso, mentre in tempi recenti nel secondo, con la presenza di alcuni flash-back. Il soggiorno di Mino in Toscana avviene in tempi odierni e in un’ambientazione mimetica della realtà. Per esempio, riguardo il riferimento all’ombrellone con la taciuta marca del gelato ormai in mano alla multinazionale, l’ho immaginato con la scritta “Motta”, sebbene sia noto che tutte le più importanti aziende italiane in questo settore siano passate ormai alla Nestlè o all’Unilever. Il soggiorno di Mino non è avvenuto probabilmente più di anno fa, perché sembrerebbe esser presente un accenno all’eruzione dell’Eyjafjöll:

p.84

[…] tra inondazioni, terremoti, frane o vulcani che spargevano nell’atmosfera ceneri talmente dense da condizionare clima e trasporti aerei […]

In entrambe le storie non succede molto e, per questo, ci aspetteremmo forse una  narrazione magistrale, ma ciò purtroppo non avviene.

Il registro linguistico è piuttosto informale (p. 98 “stereo a palla”, p. 99 “presa per il culo”), una scelta stilistica che non mi sento di condividere, per via di alcune scelte lessicali e sintattiche che ritengo poco felici, sia nei dettagli dell’ambientazione che nella comunicazione delle percezioni fisiche e psichiche. Infatti, l’andamento della narrazione scade a tratti in uno stile cronachistico molto banale e che si nota, ad esempio, nel ricorso ad alcuni sintagmi che piuttosto che alzare il tono della narrazione, la rendono mediocre:

p. 123

poi gli avvenimenti precipitarono

p. 124

davvero assurda la scena

così come l’aggettivo “tremendo” che si ripete pedissequamente raggiungendo l’effetto opposto a quello inteso, ossia sminuisce l’eccezionalità della situazione:

p. 126

gli faceva un male tremendo

Alcuni concetti fondamentali e profondi sono banalizzati in luoghi comuni, resi impotenti se non lapalissiani:

p. 93

Se seppellire l’amore della propria vita provoca un dolore devastante, a nessun genitore dovrebbe essere permesso di vivere lo strazio di sopravvivere a un proprio figlio.

Dopo l’appetito che i capitoli iniziali generano nel lettore, globalmente la narrazione inizia a degenerare, il periodo si fa noioso e viene meno quella magia empatica che è la polpa stessa della letteratura: si arriva al punto della frase e ci si domanda “e quindi? Perché dovrebbe interessarmi?”. Le descrizioni sono bilanciate, ma qualitativamente sembrano essere piuttosto mediocri, da catalogo. Sono notazioni dettagliate, eppure non accurate al punto da generare una descrizione vivida. Soprattutto nel cap. 6, la terminologia medica è rimessa sulla pagina senza generare alcun interesse, così come il riferimento al tratto autostradale.

A livello meramente contenutistico, il riferimento a Cristoforo Colombo (p. 55) sembra inadatto a livello di coerenza tematica, poiché spezza il parallelo dei due periodi storici introducendo una parentesi che ritengo superflua.

Malgrado ciò, noto una scelta stilistica diversa tra le due vicende: l’ipotassi è ovunque ricorrente, ma nella storia di Mino si sembra prediligere un ritmo più rapido, così come rapidamente scorre la vita moderna. Ho gradito molto anche il ritmo di p. 49, dà l’impressione del movimento dovuto alla scoperta. 

Nella seconda vicenda i dialoghi sono piuttosto frequenti, a volte si instaurano con un andamento mimetico sebbene la scelta del registro non sembri caratterizzare il precipuo personaggio, altre volte sono invece troppo formali se messi in relazione con lo stile tutto della narrazione; poco sfruttato, infine, (p. 85 “fammi un po’ vedere”) il ricorso al monologo interiore.

Per quanto concerne l’ortografia e la sintassi, si segnalano alcune imprecisioni:

p. 8

contro un’enorme animale

ovviamente l’apostrofo per il maschile rappresenta un semplice errore di distrazione poiché nell’esame del testo non sembra figurare altrove.

p. 84:

telegiornali televisivi

eviterei il pleonasmo.

pp. 84-85:

Battaglia cruenta e forse inutile, pensò quando lesse quasi trattenendo il fiato un reportage che descriveva minuziosamente come, in Francia, erano state scavate sotto le Alpi gallerie in profondità, lunghe chilometri, dove qualche ben pensante riteneva fossero il luogo ideale per stoccare i rifiuti radioattivi.

Rivedrei la sintassi della parte sottolineata (“che” per “dove” o parafrasare).

Le due storie procedono in continui parallelismi che culminano nella magica località che dà il titolo al romanzo. I parallelismi nelle trame si innestano in un gioco di richiami, quello del lutto si fortifica nei capitoli 3 e 4 con sottointeso accenno ai riti e alle religioni. Entrambi i protagonisti scelgono di  partire a seguito di un lutto, capitoli 5 e 6. L’isolamento che l’Uomo si è autoimposto è quello cui Mino si ritrova forzatamente, la lotta dell’Uomo è la lotta per la rinascita di Mino, che avviene prima di tutto mediante la socializzazione; l’imprevedibilità della natura continua nei millenni, la lotta per la sopravvivenza non è più contro le belve, ma contro la metastasi, il feroce male dei nostri secoli. Alla fine entrambi i protagonisti vincono e, sconfiggendo un nemico di passaggio, ritrovano la loro motivazione.

Il Fosso Bianco come lo ha letto…

Recensione da utente anonimo, servizio gratuito di lettura incrociata dal sito “Il rifugio degli esordienti” – ricevuta in data 7/4/2011.

Ho letto il romanzo in breve tempo e con facilità, la scrittura è scorrevole e senza grossi errori grammaticali, ma è difficile parlarne come di un testo unitario perché le due storie raccontate risultano lontanissime, non solo per l’ambientazione temporale, ma come ritmo, trama, sentimenti descritti… sono due racconti che presi singolarmente “reggono”, ma insieme non mi hanno convinto. Comunque cercherò di fare delle considerazioni generali.

L’autore/autrice dell’opera dimostra sicuramente una grande passione e competenza per la musica e la preistoria, perché i testi delle canzoni e le descrizioni così accurate della vita e delle attività dei primi uomini hanno sicuramente richiesto letture e approfondimenti. Però da lettore a volte si rischia di perdere il ritmo della narrazione per seguire ricostruzioni troppo dettagliate e minuziose. Il rischio è di trasformare il romanzo in un documentario sia quando si parla dell’Uomo sia quando, ad esempio, viene descritto il viaggio in automobile di Mino in Toscana.

I protagonisti: l’Uomo e Mino pur nella loro diversità sono due figure ben strutturate e complesse, sicuramente credibili. Le due donne: la Madre e Lisa sono interessanti e forse andrebbero un po’ più valorizzate.

I dialoghi tra Mino e Lisa sono ben riusciti e la visita di Verona con il concerto all’Arena sono, dal mio punto di vista, la parte più vivida del testo in cui l’autore/autrice ha saputo esprimere al meglio i sentimenti dei protagonisti, forse perché vissuti in prima persona?

Credo che le intenzioni dell’autore/autrice fossero quelli di dimostrare come l’uomo, nonostante i millenni di evoluzione culturale e tecnologica, provi gli stessi sentimenti: paura, rabbia, dolore, impotenza nei confronti della natura e dei suoi simili. Credo che tutto ciò sia vero e condivisibile, ma il testo non sempre riesce a supportare questo concetto. A mio parere la divisione in parti del testo (Ieri: la fine e Oggi: la fine) con finali in capitoli così distanti tra loro rende difficile il parallelismo delle due epoche.

Cordiali saluti e a rileggerti presto.

Poesie in musica

Ti ricordi, una volta si sentiva soltanto
il rumore del fiume, la sera.
Ti ricordi lo spazio, i chilometri interi,
automobili poche, allora.
Le canzoni alla radio,
le partite allo stadio sulle spalle di mio padre.
La fontana cantava e quell’acqua era chiara,
dimmi che era così.
C’era pure la giostra sotto casa nostra,
e la musica che suonava,
io bambina sognavo un vestito da sera con tremila sottane,
tu la donna che già lo portava.
C’era sempre un gran sole e la notte era bella,
com’eri tu, e c’era pure la luna,
molto meglio di adesso, molto più di così.
Com’è, com’è,com’è che c’era posto pure per le favole,
e un vetro che riluccica sembrava l’America,
e chi l’ha vista mai,
e zitta e zitta poi la nevicata del cinquantasei.
Roma era tutta candida, tutta pulita e lucida,
tu mi dici di sì, l’hai più vista così?
Che tempi quelli, com’è, com’è, com’è.
Roma era tutta candida, tutta pulita e lucida,
tu mi dici di sì, l’hai più vista così?
Che tempi quelli, Roma era tutta candida,
tutta pulita e lucida,
tu mi dici di sì, l’hai più vista così?
Che tempi quelli.

LA NEVICATA DEL ’56 – 1990

MIA MARTINI
http://www.youtube.com/watch?v=tvEwEFC43_8&feature=related

Ho corso, corro – Una nera mattinata illuminata da… Estella

Vigevano, 25 marzo 2007. 1^ Scarpa d’Oro Half Marathon.

È passato solo un anno, quante cose sono cambiate nella mia vita in questo periodo. Vigevano 2006, la fuga dalla gara sociale, la prima gara con un tempo cronometrico che sembrava impossibile da raggiungere, la mia prima cronaca. Quel giorno mi si aprì un mondo fatto di gare una più bella dell’altra, di grandi amicizie, d’entusiasmo. Ma quando sei catturato da un vortice che non è nemmeno lontano parente della vita piatta e monotona che era la tua fino a poco tempo fa, quando vivi un sogno così, te lo devi aspettare che il passato arrivi a presentarti il conto. Non pensavo di doverlo pagare così salato e, soprattutto, non pensavo di saldarlo proprio qui. Mi ero preparato per questa competizione senza fare proclami, senza tirarmela con nessuno, troppa era la voglia di tornare a Vigevano, troppo bello questo percorso. Qui avevo deciso che avrei provato a migliorare il mio personale, non potevo certo immaginare che la mia mezza maratona competitiva durasse solo quattrocento metri. Siamo ancora nel giro di pista, vicino a me c’è Danilo, uno splendido amico che si è offerto di farmi da lepre, il bicipite femorale destro si blocca di schianto e la mia corsa è già finita. L’entusiasmo di questi mesi, le mie due prime maratone, tutte le belle sensazioni che mi hanno accompagnato per un anno, di colpo spariscono. Tento di resistere, Danilo mi conforta, mi sostiene, ma poco dopo il cartello del primo chilometro arriva un’altra fitta e questa volta è davvero la fine. Mi appoggio a una vettura parcheggiata, tento un po’ di stretching, ma lo so già che non servirà a niente, la storia si ripete ma cambiano i protagonisti. Alla maratona di Milano, era stato Antonio a insultarmi perché andassi a fare la mia gara, perché non mi voleva più vicino a condividere la sua sofferenza, questa volta lo devo fare io con Danilo. Gli urlo di andarsene, lo spingo via, lui la sua bella gara la deve fare. Poco dopo arriva anche Antonio, anche lui si ferma e mi guarda con sincera apprensione, tra noi non servono tante parole, è tanto il tempo che abbiamo trascorso insieme, basta un: «Vai Antonio, per me è finita, vai e divertiti.» Qualcuno disse che è nelle difficoltà che l’uomo matura, cresce, si fortifica. So di sbagliare, sono a poche centinaia di metri dallo stadio, non ci vuole niente a tornare indietro, ma lì ci sono mia moglie, mia cognata e la mia nipotina, non mi va di farmi vedere da loro con l’espressione che ben immagino di avere. Intanto, vicino a me, la bella fiumana di podisti scorre sempre più lenta, il rumore delle scarpette sull’asfalto si fa sempre più flebile. Dopo qualche minuto sono rimasto solo e sta arrivando l’ambulanza.

«No Max, è sbagliato – mi dico - lascia perdere, quante occasioni avrai ancora, ricordati che fra tre mesi vorrai vivere il grande sogno dell’anno e lo devi condividere con due amici, non buttare tutto all’aria. Fermati crapone, fermati!»

Non ce la faccio ad ascoltarmi, un addetto del percorso m’incita: «Dai 492» e allora ricomincio a corricchiare, la gamba destra è quasi bloccata ma voglio arrivare almeno in centro città. È un anno che aspetto il fantastico attraversamento delle scuderie nel Castello, ho una voglia matta di rivedere la Piazza Ducale, fino a lì ci devo arrivare, ho pagato il biglietto, quello spettacolo non mi va di perderlo. L’ambulanza l’ho sempre dietro, sembra un avvoltoio che pregusta il momento di quando s’avventerà sulla carogna. Poco prima del Castello raggiungo una ragazza, uno scricciolino con indosso un k-way, con due scarpette che fanno cloppete-cloppete sul selciato del centro storico. M’affianco e non potendo dare di più provo a rimanere con lei, almeno sono in compagnia e ancora non posso sapere che sarà una stupenda compagnia. Sul tappeto rosso, nell’attraversamento delle scuderie, mi scappa un: «Quanto è bello.» Lei si gira, sorride e mi dice: «Spero di non cadere.» È l’inizio di una lunga chiacchierata tra due persone per le quali il destino aveva deciso avrebbero dovuto conoscersi oggi: un testone partito stracompetitivo e subito spaccato nell’orgoglio e nel fisico, una bella ragazza con alle spalle pochissime corse e una gran voglia di arrivare in fondo entro il tempo limite. Due mondi diversi, due storie diverse ma una grande passione in comune. Entriamo insieme nella Piazza Ducale, in pratica siamo solo noi e, alla vista di tanta bellezza, le nostre quattro parole di circostanza cominciano a diventare un discorso. Scopro così che si chiama Estella, è di Novara, ha trentotto anni, non appartiene a nessun gruppo sportivo e ha una voglia e un entusiasmo che ricordano i miei inizi. Quando correvo per combattere il colesterolo (e lei contro le sigarette), quando non c’erano tabelle, tempi cronometrici, record personali, ma solo la felicità di correre e di riuscire a farlo. Chi mi conosce bene starà sorridendo, è ben nota la mia logorrea podistica, ma oggi è diverso: parlo per non sentire il dolore, per andare avanti, per accompagnare una ragazza a vivere il suo sogno. Mi accorgo in certi momenti di essere un fiume in piena, ma lei ascolta volentieri, partecipa, mi racconta i sogni e le sue speranze, ride divertita per i miei aneddoti. A ogni ristoro sono costretto a fermarmi a bere dei the caldi, sono partito vestito per fare il fenomeno e, nel tratto vicino alle risaie, rischio di congelare. Lei prende qualcosa da bere ma non si ferma e così, ogni volta, scopro quanta sia la fatica a dover inseguire una persona che non sta certo correndo forte, ma io quella compagnia non la voglio perdere. E l’ambulanza, dietro, non si vede più. Quando arriviamo al ristoro del 10° km vedo davanti a me l’inconfondibile sagoma del mitico “Compa” Comparelli, quattro chiacchiere con un amico scaldano più di un the. Al ristoro del 15° km capisco di essere veramente in difficoltà e allora mi fermo, scambio qualche parola con i volontari, accetto volentieri l’offerta di un’ottima fetta di panettone. Mentre sto facendo stretching osservando in santa pace le chiuse disegnate dal grande genio di Leonardo, mi raggiunge un’altra volta il Compa e quell’incredibile personaggio che corre con in testa un cappellino a forma di pagoda, nel quale sono incastonati decine di campanellini.

La ripartenza è dolorosa ma, ormai, chi ci pensa più, ma lei dov’è finita? Ci vogliono due chilometri per riprenderla, come mi avvicino le dico: «Accidenti, ma vai come un treno!» «Che fai, mi prendi in giro?» e sorride. Manca poco, mi accorgo che la sua fatica sta per prendere il sopravvento, quella ragazza merita di coronare il suo sogno e allora, ancora una volta con grande gioia, mi trasformo in pacer. Per non farle pesare gli ultimi minuti di corsa la distraggo con le mie stupidate più eclatanti, sul retrorunning gattonatorio di Cremona ride sinceramente divertita, le prometto che non ci bagnerà nemmeno una goccia di pioggia. Buffone che non sei altro, penso, se sei qui che manco ti reggi in piedi, ma oggi questa lezione ti ci voleva e questa ragazza è un bel regalo del destino. Vivi questa avventura con il cuore, ricordati di quanto ti vantavi di essere un tapascione e di quando hai smesso di crederlo. L’ultimo chilometro lo corriamo nelle vicinanze dello stadio incrociando decine di podisti che hanno terminato la gara e, con il loro pacco gara e la loro medaglia al collo, stanno tornando alle automobili. Nel giro di pochi minuti incrocio decine di sguardi: chi ti guarda senza quasi vederti, chi si accorge della mia maglia dell’ultima Milano Marathon e, vedendomi ancora sul percorso, mi fissa perplesso, chi mi rivolge uno sguardo di compassione. Mi verrebbe voglia di urlargli: «Se non mi facevo male vi davo dieci minuti!», ma che valore avrebbe una cosa del genere? Oggi ho imparato ad avere rispetto per la sofferenza, adesso so per davvero cosa vuol dire vivere una corsa dal fondo. Guardatemi voi, sorridete pure, non m’interessa. Vicino a me ho una persona che sorride felice, che a due passi dall’ingresso dello stadio, con un filo di voce, mi dice emozionata: «Grazie, grazie davvero, senza di te oggi non sarebbe stata una così bella giornata.» Sul rettilineo finale, dopo 2 ore e 12 minuti di gara, le porgo la mano, lei la stringe forte e così, mano nella mano, sereni e sorridenti, tagliamo insieme il traguardo di questa bellissima e indimenticabile gara.

Sono io che ti ringrazio Estella, probabilmente le nostre strade non s’incroceranno più, ma la tua passione, la tua voglia ti porteranno a vivere i più bei sogni e che la corsa rimanga per te sempre un grande divertimento. E grazie anche a te crapone, bentornato sulla Terra.

Poesie in musica

Dormi sepolto in un campo di grano, non e’ la rosa, non e’ il tulipano che ti fan veglia dall’ombra dei fossi, ma sono mille papaveri rossi.

«Lungo le sponde del mio torrente voglio che scendano i lucci argentati, non più i cadaveri dei soldati portati in braccio dalla corrente.»

Così dicevi ed era d’inverno, e come gli altri verso l’inferno te ne vai triste, come chi deve e il vento ti sputa in faccia la neve.

Fermati Piero, fermati adesso, lascia che il vento ti passi un po’ addosso, dei morti in battaglia ti porti la voce, chi diede la vita ebbe in cambio una croce.

Ma tu non lo udisti e il tempo passava con le stagioni a passo di “java”, e arrivasti a varcar la frontiera in un bel giorno di primavera.

E mentre marciavi con l’anima in spalle vedesti un uomo in fondo alla valle, che aveva il tuo stesso identico umore ma la divisa di un altro colore.

Sparagli Piero, sparagli ora e dopo un colpo sparagli ancora, fino a che tu non lo vedrai esangue cadere in terra a coprire il suo sangue.

“E se gli sparo in fronte o nel cuore soltanto il tempo avrà per morire, ma il tempo a me resterà per vedere, vedere gli occhi d’un uomo che muore”.

E mentre gli usi questa premura quello si volta, ti vede, ha paura, e imbracciata l’artiglieria non ti ricambia la cortesia.

Cadesti a terra senza un lamento, e ti accorgesti in un solo momento che il tempo non ti sarebbe bastato a chieder perdono per ogni peccato.

Cadesti a terra senza un lamento, e ti accorgesti in un solo momento che la tua vita finiva quel giorno e non ci sarebbe stato ritorno.

«Ninetta mia, crepare di Maggio ci vuole tanto, troppo coraggio.
Ninetta bella diritto all’Inferno avrei preferito andarci in Inverno.»

E mentre il grano ti stava a sentire dentro le mani stringevi il fucile, dentro la bocca stringevi parole troppo gelate per sciogliersi al sole.

Dormi sepolto in un campo di grano, non e’ la rosa, non e’ il tulipano che ti fan veglia dall’ombra dei fossi, ma sono mille papaveri rossi.

LA GUERRA DI PIERO

FABRIZIO DE ANDRE’ – 1964

http://www.youtube.com/watch?v=V4dvw_tSsVQ&feature=related

Il Fosso Bianco come lo ha letto…

… Greta Cerretti, autrice del romanzo “La catena”.

TRAMA

I protagonisti di questo romanzo, Mino e Uomo, sono distanti tra loro nello spazio ma soprattutto nel tempo: Mino è un uomo moderno, mentre Uomo è un uomo preistorico. Entrambi intraprendono un viaggio, spinti da pulsioni differenti: per Mino si tratta di una fuga dal dolore fisico e psicologico, mentre Uomo è governato da un’indomita sete di avventure. Giungeranno in un luogo inaspettato, un luogo fisico e mentale, simbolo della libertà e della liberazione: il Fosso Bianco. Uomo potrà goderne incondizionatamente, scoprendo la spiritualità e anche la più dura delle lezioni: la linea sottile che separa il cacciatore dall’assassino. Mino troverà il Fosso Bianco senza poterlo vedere realmente, una promessa di quiete e felicità che gli viene negata dalla sorte.
Un’imponente massa bianca calcarea dell’Amiata è destinata a macchiarsi di rosso, ripetutamente, a simboleggiare lo scontro perenne tra l’essere umano e la natura.

PERSONAGGI

La psicologia dei personaggi è ben lavorata, viene dato ampio respiro a quelle che sono le emozioni in tutte le loro espressioni: rabbia, dolore, amore, esaltazione. Pregevole è la capacità dell’autore di rendere vivo e pulsante il pensiero di Uomo, dotato di una capacità di interpretazione della realtà ancora ingenua e pura, come la natura che attraversa. Anche Mino conserva uno spazio vergine nella propria mente, spazio che viene messo a dura prova dai giochi del destino.
Personaggi ausiliari sono Lisa (moglie di Mino), Matteo il tossicodipendente, i suoceri di Mino e i compagni cacciatori di Uomo. Si tratta personaggi costruiti ad hoc per puntellare la trama, i quali si limitano ad assolvere la loro funzione di catalizzatori e attivatori di eventi, privi di uno spessore psicologico strutturato.

STILE E FORMA

La notevole capacità affabulatoria dell’autore tiene viva l’attenzione e il desiderio di proseguire nella lettura. Lo stile è semplice, lineare, privo di fronzoli inutili e totalmente diretto verso l’obiettivo. L’ambientazione è ben strutturata, accompagna il lettore in un viaggio fisico attraverso le terre della Val D’Orcia, oltre che in un viaggio mentale, attraverso il mondo interiore dei protagonisti.

GIUDIZIO

Nel leggere il Fosso Bianco, partivo svantaggiata: essendo nativa del luogo, l’immagine di copertina mi richiamava alla mente una bellezza naturale conosciuta, spesso sfruttata a livello pubblicitario. Difficile sostituire quell’icona con un soggetto narrativo, per lo più protagonista. Eppure l’autore è riuscito nel non facile intento di produrre meraviglia e stupore per ciò che mi era noto. Mano a mano che mi addentravo nella trama, ho avuto modo di osservare le mie stesse terre attraverso gli occhi di chi le vedeva, annusava e odorava per la prima volta. Il risultato è stato quello di meravigliarmi ed emozionarmi di fronte al Fosso letterario al punto di sentire l’esigenza di tornare a visitarlo lì dove si trova, alle pendici del Monte Amiata.

Consigliato per tutti coloro che si emozionano ascoltando una canzone e guardando le bellezze della natura.

Ho corso, corro – La favola di Punta Chiarito

Isola d’Ischia, fine giugno 2009.

Perché ho scritto favola? Adesso sono costretto a iniziare con… “c’era una volta”, no, mica tanto tempo fa, diciamo venerdì della scorsa settimana.

Alle sette, il fastidioso trillo del cellulare dovrebbe farmi da sveglia, ma sono già sveglio. Lo spengo al volo ma non così velocemente da non svegliare Laura. Calzine, pantaloncini, canotta e scarpe da running sono indossate alla velocità della luce.

Fretta di andare a correre? Macché, si tratta di arginare nel più breve tempo possibile le amorevoli raccomandazioni di mia moglie.

«Non strafare, lo sai che non sei allenato» – «piano sulle salite» – «non farti ingolosire dall’entusiasmo, non cercare a tutti i costi i bordi dei precipizi.»

Tutte cose che conosco benissimo, ci troviamo in un posto stupendo, è e sarà una dolcissima luna di miele per festeggiare i nostri primi trent’anni di matrimonio, non ho certo voglia né di schiattare né di fare stupidaggini.

Il gentilissimo Gianni Ferrandino (presidente dell’ASD Marathon Club Isola d’Ischia) di belle dritte me ne aveva scritte un po’. Nella zona dove mi trovo, ad avere fiato, gambe e un pizzico di spirito d’avventura, da correre ce n’è di che abbuffarsi. Solo che Gianni non poteva sapere che di quella persona, la quale fino a non molti mesi fa si riempiva la bocca con la parola maratoneta, è rimasto ben poco.

Esco dalla stanza 207, cammino in discesa nel silenzio di questo paradiso, arrivo sulla soglia, la varco e, dopo pochi passi, sono già all’inferno.

Un’illusoria discesina, poi la strada picchia subito duro in salita. Prima comincia a dolere un dito del piede sinistro poi, come consuetudine da troppo tempo, il ginocchio destro non ne vuole sapere di allinearsi al movimento dell’intera gamba. Sono mesi che parecchie artrosi mi hanno dichiarato guerra, nonostante le cure sto perdendo: ma oggi, la battaglia di Ischia, la devo vincere io.

Salgo regolare e piano, a un certo punto la rampa sarà come minimo al 15% di pendenza e, poco prima di schiattare sul serio, ecco il cartello segnalatore che attendevo di vedere. Una tavola di legno, al centro una freccia di colore verde e l’incisione bianca recita: “SENTIERO MONTE DI PANZA”.

Lì sotto ci sono io piegato in due e, giusto a metà strada tra gli occhi e i piedi, non posso non notare il “mio” attuale monte di panza.

La mia risata esplode nel silenzio più assoluto, buon segno, dai, continua a correre scoppiato.

Ho davanti a me una tipica via locale in leggera pendenza, piccole e bianche case su entrambi i lati, ognuna con il suo muretto di recinzione e all’interno il giardino o l’orto. Tutte con una targhetta di ceramica vicino al cancello. Si possono vedere un disegno floreale e, al centro, il numero civico e l’indicazione: Casa Tizio, Casa Caio, Famiglia Sempronio. In strada ci siamo solo io e un cane che rovista tra i rifiuti, per fortuna è mattina presto, la giornata è limpida e sto già sudando come in sauna. Continuo a seguire i cartelli, m’indirizzano verso una discesa, impreco perché questo vuol dire che, quanto prima, si tornerà a salire. Di colpo finisce l’asfalto e mi ritrovo lungo un bel sentiero sterrato, fortunatamente piatto. A sinistra mi affiancano altre costruzioni e una superba bouganvillea, a destra c’è una piccola vallata piena zeppa di filari d’uva. Gli acini sono ancora verdi, tra qualche mese diventeranno un ottimo vino bianco.

Arrivo sotto un enorme fico, allungo una mano e, dopo qualche secondo, la dolcezza (ancora un po’ acerba) di questa terra mi riempie la bocca. Perché i frutti grossi e maturi sono così in alto? Mi allungo sulle punte dei piedi, salto pure, ma non ci arrivo. Altra deviazione a sinistra, il sentiero sale ancora, più avanti un altro cartello e il primo black-out del cuore. Dietro a quel cartello c’è la magnifica vista del paesino di S. Angelo, è un attimo di tuffo al cuore ma so che più avanti, più in alto, sarà anche meglio. Allora punto lo sguardo fisso per terra e continuo, seguo il sentiero tracciato benissimo, salgo qualche gradone in pietra, sfioro agavi e fichi d’india, vedo lucertole che scappano da ogni parte e una farfalla con le ali marroncine mi si mette davanti. Ehi piccola, vuoi forse farmi da pacer? Piano, né? Salgo ancora e arrivo all’inizio di una staccionata di legno, sono in cima al Monte di Panza, dovrei fermarmi e guardarmi intorno ma, più avanti, più in basso, la staccionata ricomincia e allora continuo. Altri gradoni, stavolta di legno, e in fondo, dove finisce la staccionata, c’è una lapide appoggiata a una grande pietra.

“A ricordo dei defunti ivi sepolti” recita. Qui, secoli fa, furono tumulate le vittime di una pestilenza. Brutta fine, ma come dev’essere dolce riposare in pace in un posto così.

E’ arrivato il momento di alzare la testa.

E’ arrivato il momento di emozionarsi.

Alla mia destra c’è Punta Imperatore e da lì lo spettacolo di tutta Forio è da brividi. Molto più avanti spunta il profilo di Ventotene.

La testa torna centrale e l’immensità del mare blu mi rapisce.

Mi giro piano verso sinistra, là in fondo, nitidissime, la penisola sorrentina e l’Isola di Capri sembrano un tutt’uno.

Accorcio lo sguardo e il panorama di S. Angelo baciata dal sole del mattino non si può raccontare, almeno io non trovo le parole giuste. E’ semplicemente magnifico.

L’ho lasciato per ultimo, è il panorama che assesta il colpo di grazia. Di fronte, più in basso di dove mi trovo, c’è il “mio” paradiso.

Se vi chiedessero di realizzare una costruzione formata da soli due piani, il piano terra e qualche decina di metri più in alto l’attico, cosa v’inventereste? Avendo le possibilità, a quale architetto di fama internazionale decidereste di rivolgervi?

Fermi lì, non dannatevi troppo, adesso ve lo racconto io come si fa.

Cominciamo ad assegnare un nome al piano terra, lo chiameremo Sorgeto, Baia di Sorgeto. Il miglior architetto di tutto l’universo, tale Madre Natura, decise un giorno di far sgorgare l’acqua calda vulcanica, termale, proprio lì, in mare. Qualcuno pensò che fosse una risorsa da valorizzare, presero delle grandi pietre e costruirono una barriera realizzando così una serie di piccole piscine. Se vi sedete nella prima, quella più vicina alla riva, verificate prima di avere le chiappette stile fachiro, in un paio di secondi siete già cotti. Sgorga acqua che sfiora i novanta gradi. Poco più avanti si sente l’influenza del mare: lasciarsi cullare dalle lievi onde sopra, e dal calduccio sotto, è un’autentica libidine. Quando ne avete abbastanza, risalite una lunga e ripida scalinata, bella larga, a ogni tornantino c’è una panchina e di sera è tutta illuminata. Già, dovete sapere che gli scafati, i veri “viveur” in quelle vaschette giù in basso vanno a pucciarsi di notte. Chiudete gli occhi e provate a immaginarvela una cosa del genere, in una notte stellata!

Siete arrivati in cima alla scalinata, proprio lì a destra c’è l’ingresso del paradiso, pardon dell’attico.

Lo chiameremo Punta Chiarito.

Qui si che ci vuole.

C’era una volta… un contadino nato da queste parti, dopo una vita di duro lavoro nei campi si fece convincere ad acquistare un terreno brullo, tutta roccia ma con una vista mozzafiato.

Don Nicola ci pensò, si disse: “Perché no, magari mi costruisco una casetta proprio lassù”. Quel giorno, quasi trent’anni fa, cominciò una gran bella favola.

Fedele alle sue origini, iniziò dal giardino. Piantò ulivi, corbezzoli, pini e oleandri a centinaia. Quel pezzo di roccia, a poco a poco, si colorò di verde.

Mentre le piante crescevano, immaginò una casa grande, dove poter ospitare la sua bella e numerosa famiglia. Servirono ventotto carinissime stanze che, nel giro di pochi anni, furono completamente avvolte dal giardino. Don Nicola fu così in gamba da fare in modo che i terrazzini delle camere fossero costruiti intorno alle piante.

Tutto quel lavoro gli fece venire fame. Poteva non metterci un bar e la sala da pranzo con una vista da favola? Poteva non far cucinare, tutti i giorni, le ottime verdure che coltivava con tanto amore e tanta fatica? Poteva non vendemmiare l’uva e creare genuini vini bianchi e rossi da gustare in esclusiva?

Solo che a furia di bere, Don Nicola un giorno si chiese: “Mo’, si aggià piscià, andò aggiaì?”.

Già, si era dimenticato il bagno.

Spuntarono nella roccia due piscine, solo che stanco di salire pochi gradini, percorrere un vialetto, scendere altri gradini, percorrere un altro vialetto per passare da una all’altra, decise di scavare una grotta sotterranea lunga quasi trenta metri e di unirle in questo modo.

Mo dove l’acchiappo tutta quest’acqua per riempirle?” pensò.

Scava oggi, scava domani, arrivato a trenta metri di profondità s’imbatté in una fonte termale.

Da quel giorno di acqua calda ne ebbe a volontà.

Don Nicola aveva già fatto tanto, forse era arrivato il momento di tirare un po’ il fiato, ma se nasci grande lavoratore non ti fermi mai.

Un giorno volle mettere un po’ d’ordine in cantina, spostò qualche cianfrusaglia e vide spuntare quella che sembrava essere un’anfora.

Sposta e scava, venne alla luce una casa greca, risalente all’ottavo secolo prima di Cristo, sette secoli più vecchia di Ercolano, anch’essa sepolta da un’eruzione vulcanica e piena di suppellettili, attrezzi e armi dell’epoca.

Quella casa, adesso, è al museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Bel colpo, Don Nicola!

Io sono ancora seduto su una panchetta di legno, davanti a questo panorama il cuore mi batte troppo forte.

Un po’ perché il podista scoppiato non ha ancora assorbito del tutto le salite.

Tanto dipende dal fatto che, molti mesi fa, decisi di chiudere con forza una piccola valvola dentro di me, così forte che arrivai quasi a dimenticarmi di essere un Gamber. Di essere un podnettiano.

Adesso sento che quella valvola si sta allentando. Troppo.

Per oggi ho sognato abbastanza. Non voglio farmi altro male, devo alzarmi e andare via da qui prima che commozione e nostalgia arrivino a tracimazione. Devo ricominciare a correre.

Un ultimo, veloce sguardo al mio paradiso, nel momento esatto che giro la testa sento che un pezzetto di cuore si stacca, va ad appoggiarsi sulla staccionata.

Qualche passo più sopra so per certo che un giorno, di mattina presto, magari correndo, tornerò qui a riprendermelo.

http://www.puntachiarito.it/

Il Fosso Bianco, come lo ha letto…

… Danilo “Il Panda” Presti, novembre 2010.

Mi sarebbe piaciuto darti addosso, :-) ma non me ne hai dato motivo.

Provo a dirti quel che penso, per quel poco che possa contare.

Hai del talento che sembra impreziosito dalla partecipazione a un corso di scrittura creativa (se non lo hai fatto allora i complimenti raddoppiano).

Personalmente preferisco il genere Romanzo al Racconto, e preferisco un presente narrativo in prima persona (ad esempio i libri di Fabio Volo), al passato in terza persona (Andrea De Carlo ultima maniera). Proprio ad Andrea De Carlo mi sembra di poterti accostare, per lo stile molto introspettivo dei personaggi, per la ricchezza di particolari descrittivi, che però non superano mai il limite del gradimento oltre il quale si rischia di annoiare il lettore (… o almeno me).

Nel terzo racconto mi sembra di vedere molto di autobiografico (mi sbaglio?), ed è abbastanza intenso. Forse un approfondimento su entrambi i personaggi (Lisa appare poco più che una comparsa), avrebbe probabilmente impreziosito il racconto. Lo stile narrativo in terza persona ha il vantaggio potenziale di non far parteggiare lo scrittore per un personaggio rispetto agli altri. Dunque, forse Lisa meritava di essere dipinta con maggior cura e “attenzione”. Di lei poco si sa. Più la descrivi, più il lettore le si affeziona, più il colpo finale è emozionante.

Nel primo racconto, che pare incompiuto, credo tu sia riuscito a render poco la drammaticità del momento, molto la freneticità degli eventi “in convulsione”. Se è questo che volevi, però, va bene. A me non è piaciuta la “fretta narrativa” con cui hai liquidato la morte della mamma, che potenzialmente è invece un momento topico del racconto. La descrizione della voracità delle emozioni di Matteo è, invece, ben resa.

Il secondo dei tre è quello meglio riuscito, originale la trama, trovo il livello di descrizione dei fatti equilibrato (cioè non troppo ricco di dettagli), avvincente l’evolversi e la successione degli eventi.

Non so cosa te ne farai di questo mio parere, ma è stato un piacere dartelo, e un piacere leggerti.

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